A. D.

“(…) Perciò avanti serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello SEMPRE in funzione; con l’affetto verso tutte le cose e gli animali e le genti che è già in voi e che deve sempre rimanere in voi; con onestà, onestà, onestà, e ancora onestà, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo e voi dovete ridarla; e intelligenza e ancora intelligenza e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa riuscire ad amare,…” Lettera di Alberto Manzi ai ragazzi di quinta
 

Cara maestra Marinella e cara famiglia Gidas.

Ho lasciato per ultima questa parte del “compito” pensando fosse la più semplice, invece sono seduta davanti alla tastiera da un po’, senza grandi risultati. In realtà ci sono talmente tante immagini e ricordi di questi nostri incontri che stanno scorrendo nella mia mente uno dopo l’altro e mi provocano una sensazione di benessere e gioia e mentre riaffiorano mi rendo conto che sto sorridendo. Tutto per me è stato una LEZIONE.

La prima immagine è sicuramente l’entrata in sala, una sala piena di giochi (ancora non sapevo si chiamassero attrezzi-giocattolo) e il mio primo pensiero è stato quello di essere tornata all’asilo (che meraviglia!), poi il tuo sorriso e soprattutto le tue mani, maestra.
Mi ricordo che ho passato molto tempo ad osservare il tuo modo di muovere le mani e ad ogni incontro il mio sguardo ne è attratto. Per me è ipnotico, è esso stesso una danza. Mi sono trovata subito a mio agio e non ho fatto fatica a mettermi “in gioco” come solitamente accade.

Mi sono semplicemente fidata… e mi sono fatta guidare dalla fata Marinella e dai suoi simpatici amici elfi (Jones, Paolo, Aurora, Laura, Giulio) attraverso un mondo di vecchie conoscenze e nuove scoperte. Sono tornata bambina, mi sono divertita, emozionata, liberata, commossa… ho pianto! Ed ho ritrovato il mio grande amore per la danza e l’insegnamento. Al primo incontro sono arrivata carica di aspettative, anche se un po’ dubbiosa. Ero stanca e demotivata nonostante l’anno scolastico fosse iniziato da poco. Avevo bisogno di confronti, di conferme. Quante volte mi sono chiesta: “Starò facendo la cosa giusta? Nel modo giusto?” Non sapevo nulla del Giocodanza se non quello che avevo letto, ma da subito mi sono sentita ACCOLTA e guidata verso una nuova avventura. E più proseguivo nel percorso e più riuscivo a capire che era proprio così che volevo si sentissero i miei allievi e avevo una gran fretta di tornare a casa per trasmettere tutto ciò che di nuovo avevo appreso e vedere le espressioni di gioia e stupore sui visi dei bambini.

Sono entrata abbastanza velocemente in sintonia con le mie compagne di corso - con alcune di loro in particolare c’è un’ottima intesa. Di solito non ho problemi a ROMPERE IL GHIACCIO, ma si sa, quando si sperimentano situazioni nuove vi è sempre una certa resistenza mista a pudore. Credo abbiamo fatto un percorso che ci ha arricchito doppiamente: ci ha dato moltissimo dal punto di vista professionale, ma altrettanto dal punto di vista umano.

Il metodo mi ha dato la possibilità di RESPIRARE ARIA NUOVA. Magari molte di noi hanno anni di insegnamento ed esperienza alle spalle, ma questi non valgono nulla se non siamo disposte ogni volta a rimetterci in gioco. Credo mi abbia aiutato anche a togliere alcuni difetti di POSTURA “mentale” che si formano sia per pigrizia che per comodità. Quante TEMATICHE abbiamo affrontato durante le nostre lezioni! Su una in particolare vorrei soffermarmi.

Il metodo mi ha fatto riflettere nuovamente sull’importanza della figura dell’educatore, ma soprattutto sulla centralità del bambino, quella piccola persona che si affida al maestro candidamente. L’educatore ha in mano la parte emotiva ed intellettuale - oltre che fisica – di un essere in divenire e deve esserne una guida autorevole, disponibile, paziente, stimolante, divertente,… Ne sarò in grado? Saprò sempre emozionarmi, divertirmi, aspettare con pazienza i risultati di ogni allievo rispettandone tempi e modi, ripetendomi una frase non mia, ma me molto cara: “Fa quel che può, quel che non può non fa!”*? Onestamente non lo posso promettere, ma mi impegnerò perché ciò possa accadere quotidianamente nella sala della mia scuola.
Amo profondamente la danza e l’insegnamento. Credo non potrei fare altro o meglio sì, lo potrei fare, ma non con la stessa passione e spinta che sento verso questo mondo meraviglioso. Quando qualcuno mi chiede quale sia il mio lavoro e io rispondo “l’insegnante di danza” quasi sempre succede che di rimando mi venga detto: “Sì, ma di lavoro vero?”
Non nego che parecchie volte ci rimango male, ma poi penso che forse è proprio questo il punto! Come ci dicevi giustamente maestra, dobbiamo ritenerci persone fortunate e privilegiate che hanno fatto della loro passione un “lavoro”, dove esistono sì sforzo e fatica - e nella pratica li sperimentiamo quotidianamente, ma non vengono mai vissuti con senso di angoscia o pesantezza. Inoltre ora abbiamo un’altra enorme fortuna… La possibilità di tornare bambini ogni volta liberando la nostra FANTASIA attraverso il GIOCO assieme ai nostri piccoli allievi.

Questa nuova esperienza formativa è stata veramente appagante. Non posso ricambiare quello che mi è stato donato se non con un semplice GRAZIE.

Grazie maestra Marinella per avermi guidato e indicato una nuova strada e per essere un’insegnante generosa ed una vera Educatrice!

Grazie ai tuoi elfi preziosi.

Grazie alle mie compagne di corso.

Grazie Giocodanza!

Angela